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archeologia
Scritto da Administrator   
domenica 13 maggio 2007

 

Si ringrazia vivamente la  Sezione Cornicolana di Montecelio del Gruppo Archeologico Latino  per le informazioni  archeologiche  e  scientifiche contenute in questa pagina
 


 

  LA VILLA ROMANA

Nel 1988 la Soprintendenza archeologica del Lazio è intervenuta con due scavi di emergenza in località Casa Calda, ove la costruzione di alcune palazzine aveva riportato alla luce i resti di una villa romana. Questa si estendeva sulla sommità della collinetta tufacea tra la fornace di colle largo ed il casale di Carcibove, collinetta oggi occupata dal quartiere Casa Calda delimitato ai  due versanti da via Verdi e via Cimarosa.

 

Nel punto più alto (quota 210 m.) si trova una cisterna ipogea, già segnalata da Don. Celestino Piccolini nel suo libro  “Monticelli” del 1928, a unico ambiente rettangolare orientato Est-Ovest (mt.15,30 x 4,20) in cementizio di calcare coperta a botte.

 

 

Circa 25 metri a sud, tagliato da via Respighi , vi è un altro ambiente ipogeo di forma trapezoidale (mt. 3,10 x 4,20) anch’esso coperto a botte e con lunetta in opera incerta; il fine intonaco bianco la qualifica come ambiente frequentato, forse con una funzione costruttiva, considerato il fatto che oltre via Respighi il terreno comincia a declinare. Ancora più a sud, ad un livello inferiore, uno scavo edilizio ha sezionato vari muri cementizi, probabilmente semplici strutture di terrazzamento del terreno.

Un secondo sbancamento, molto più esteso, ha interessato i lotti a Nord-Est della cisterna, anch’essi in terreno declive verso via Cimarosa. E’ stato evidenziato un lungo muro (mt. 25) in rozzo cementizio di calcare alto poche decine di centimetri sotto il piano di campagna, orientato quasi come la cisterna. Da esso, forse identificabile come il recinto del fondo, si dipartivano verso sud una serie di muretti paralleli a distanze irregolari, di cui quello a monte, più vicino alla cisterna, sembrava delimitare l’area della villa vera e propria. Gli altri, sistemati a quote via via più basse, avevano l’aspetto di essere modesti terrazzamenti a scopo agricolo creanti dei gradoni sfalsati.

In essi si potrebbe vedere il sito dell’ Hortus o pomarium della villa che, come noto, erano recintati e prossimi all’edificio abitativo.

Ipotesi alternativa è che sui muretti sorgessero recinti o ricoveri per gli animali in considerazione degli abbondanti frammenti di tegole rinvenuti.

Allo stato attuale la conoscenza della villa è molto limitata .

Si può tuttavia ricostruire,  una platea sulla sommità del colle, la cisterna doveva aprirsi sotto l’atrio della abitazione ed era alimentata  con l’acqua di sgrondo dei tetti, attinta tramite un pozzetto al centro della volta.

Da un portico provengono due bei capitelli dorici in travertino scolpiti. Varie soglie e lastre di travertino dimostrano che la distruzione degli ambienti abitativi è stata notevole.

La villa, a prevalente carattere rustico in base a quanto esposto e a numerosi frammenti di doli, deve essere stata impiantata al più tardi alla fine del I° secolo a.c.

 

IL MAUSOLEO A CROCE GRECA DETTO LO SCHIFONE

                                                                            

A circa 150 metri a valle della villa , lungo la via di Casa Calda (oggi Via Ferrari), si trova il mausoleo detto dello “Schifone”, quasi sicuramente da riferire alla villa. Su di essa esistono nell’archivio della soprintendendenza Archeologica del Lazio notizie di uno scavo risalente al 1942, per tracciare l’attuale via di Casa Calda (via Ferrari) venne allora rettificata una strada campestre che scavalcava le estreme pendici del colle sopra descritto.

Abbassando il piano campagna, vennero alla luce le strutture del lato Ovest del recinto sepolcrale oggi visibili al di sopra del marciapiede della strada; il mausoleo invece venne a trovarsi sul ciglio Est e per mantenere costante la larghezza della carreggiata furono scalpellati circa 90 centimetri di muro cementizio del lato di fondo.

 

 

 

Nella pianta che segue allo stato attuale  “A” è il mausoleo, “B” sono i resti del recinto  (21 mt.) che doveva girare sui 4 lati. Fra le due strutture esiste una notevole differenza di quota; mentre il mausoleo è tutt’ora incassato nel terreno da cui emerge solo con la sommità, il recinto è impostato a quota superiore su un banco di tufo.

Al momento dello scavo tuttavia ogni manufatto affiorava appena dal piano di campagna.

Il recinto è formato da un semplice muro la cui altezza (mt. 1,90) corrisponde interamente alla fondazione, essendo l’elevato completamente distrutto.

 

  

Contiguo al lato Nord si trova il muro, rivestito in opera reticolata, di un secondo recinto, lungo almeno 14 mt.; a questo si riferisce una foto degli scavi del 1942 (in alto) che mostra il piano di campagna abbassato di mt. 2,50 fino al livello della strada odierna (vedi il carrello trasportatore) e gia semiscavato, un grande monoblocco di cementizio in seguito scarpellato per far transitare la strada. Nella foto si nota bene, anche in questo caso, la differenza di quota tra il monoblocco ed il muretto divisorio dei recinti.

Sul lato opposto si trova un altro muretto e nello spazio interposto erano collocate le sepolture terragne; si riconosce, a contatto con il banco di tufo, una sepoltura alla cappuccina, conservata grazie all’emplecton di malta e pietrisco in cui venne inglobata per elevarvi al di sopra un muretto di frammenti di tegole e mattoni.

 

Il mausoleo sorgeva al centro di un recinto. Esternamente appare come un parallelepipedo di circa mt. 6,50x5,20 in compatto cementizio a piccoli scapoli di calcare, con l’ingresso verso est opposto alla via antica che correva sull’altro lato del recinto. All’interno della massiccia struttura è ricavato un vano quadrato assai irregolare con arcosolio al centro di ciascun lato , tranne in quello di ingresso. In ogni arcosolio si aprivano a livello del pavimento, due pozzetti quadrangolari (prof. O,50 mt.) separati da un rozzo blocco di travertino e con le pareti rivestite di orli di tegole e mattoni fratti; i vasi cinerari non erano murati, ma poggiati semplicemente sul fondo o racchiusi in un involucro di terra. La chiusura dei pozzetti era effettuata con materiali diversi in parte conservati lungo i margini : con lastre fittili nell’arcosolio di destra, con sottili lastre di marmo venato in quello sinistro.

Davanti allo spigolo interno di quest’ultimo si conserva l’unico avanzo di pavimento della cella sepolcrale: una piastrella di calcare alletta in un masso di scaglie lapidee e fittili.

La copertura del vano cruciforme è una volta lunettata, derivante dall’innesto sulla botte centrale delle volticelle cilindriche che coprono gli arcosoli laterali, più basse di cm. 60 circa. Sovrasta l’arcosolio centrale un bellissimo arco a sette conci di travertino, perfettamente connessi.

 

 

La costruzione del mausoleo fu eseguita in tre tempi: scavata la trincea, risparmiando la massa di terra corrispondente alla cella cruciforme, furono creati a gettate successive i muri , che infatti non conservano impronte delle tavole della cassaforma e risultano piuttosto irregolari nell’appiombo e nell’apertura degli angoli. A queste forti asimmetrie si cercò di ovviare con un largo strato di intonaco, oggi conservato solo agli angoli. In un secondo tempo venne “girato “ l’arco a conci di travertino sull’arcosolio centrale ed infine vennero gettate le volte.

L’intonaco anche in questo caso rimediava alle irregolarità degli intradossi; sulla sottile pellicola di stucco, che ricopriva anche l’arco, erano delle pitture oggi purtroppo completamente perdute, tranne due bande di colore rosso sul fondo delle volticelle degli arcosoli.

Singolare per i problemi di copertura che pone, è l’ingresso ad imbuto molto allargato della tomba (max mt. 4,50) . Probabilmente sorgeva qui una architettura marmorea che definiva sia i piedritti sia il soffitto di un vestibolo oggi del tutto scomparso.

Ad essa sono attribuiti due enormi blocchi di trabeazione marmorea seminterrati, di cui uno con cornice a gola dritta. Se i due massi di travertino sporgenti dalle pareti dell’imbuto servivano per “legare” tale architettura marmorea, quelli aggettanti a coppia dai fianchi del sepolcro sono da riferire al rivestimento esterno in opera quadrata di marmo o travertino.

Il fatto che spicchino da una risega del cementizio situata sopra il cervello della volta centrale dimostra che anticamente, come oggi, la cella cruciforme era ipogea e che su di essa si elevava un secondo corpo di cui non si è conservata traccia.

La distruzione radicale potrebbe essere attribuita alla volontà di recuperare materiale lapideo per qualche edificio post-antico della zona.

Il mausoleo era quindi a due piani e dal recinto emergeva soltanto quello superiore. Tentarne una datazione è arduo, poiché mancano elementi probanti; si potrebbe pensare alla fine del I° secolo a.c. , primi decenni del secolo successivo in base alla grande diffusione dello schema cruciforme nei sepolcri dell’epoca ed alla prevalenza di tegole nel rivestimento dei pozzetti. Il rito di incinerazione non consiglia di scendere oltre la fine del I° secolo, quando si impose gradatamente l’inumazione.

Per l’altro sepolcro prima descritto forma e datazione sono ancora più incerte. Il muro reticolato è stato comunque addossato al recinto quindi si tratta di una costruzione posteriore.

Il massiccio plinto in calcestruzzo deve essere stato realizzato per sostenere una struttura pesante, come ad esempio un sepolcro circolare, cubico o un’ara monumentale.

All’interno dei recinti si addensavano le sepolture povere. Un’altra foto della Soprintenedenza Archeologica del Lazio mostra lungo la fondazione del recinto  un sarcofago di terracotta con l’estremità curvilinea. Lo spazio intorno ai sepolcri venne quindi, in età imperiale, progressivamente occupato da deposizioni. L’elemento più tardo in nostro possesso è un frammento di sarcofago in marmo bianco con una testina femminile in altorilievo avente capelli raccolti in un piccolo ciuffo dietro la nuca; la caratterizzazione espressiva del volto e l’insistente uso del trapano sembrano riportare al II secolo.

I recinti “B” e “C” si affacciavano sul lato orientale della via tiburtino cornicolana proveniente da Settecamini e diretta alla Salaria. Il basolato si vede distintamente nella foto in alto relativa agli scavi del 1942, mentre oggi compare in sezione presso il punto e ove i basoli calcarei poggiano su un sottofondo di sassi e scaglie tufacee. Un tratto lungo 10,50 mt. È stato ripristinato nel 1967 dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio nell’area del distributore dell’Agip. Verso Nord – Est la strada antica corre mantenendosi sempre sul ciclio nord di quella moderna. Il basolato fu’ rinvenuto all’interno della proprietà Sinibaldi e qui, sotto il casale di Carcibove a circa 400 mt. Dallo “Schifone” si trova la cisterna di un’altra villa. Il basolato ricompare ancora in sezione all’incrocio con la via di Carcibove, affiancato da un’altra area sepolcrale.

I resti del complesso archeologico di Casa Calda, oggi purtroppo soffocati dalle costruzioni e dall’intenso traffico veicolare , sono abbandonati all’incuria ed al degrado. Il tempestivo vincolo archeologico nel 1980 li ha salvati dalla distruzione, ma non è servito a valorizzarli; eppure basterebbero un cartello ed una semplice opera di ripulitura e recinzione per fare del mausoleo a croce greca un notevole punto di interesse per il quartiere e per Guidonia.

Ultimo aggiornamento ( marted́ 07 luglio 2009 )
 
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